Nelle colline della Valdichiana, l’Epifania non celebrava solo la Befana, ma anche il Befano: un fantoccio di paglia e stoffa, realizzato con materiali di recupero, che rappresentava un rito collettivo di buon auspicio. Simbolo dell’anno passato o di fertilità, il Befano veniva costruito e poi bruciato durante cerimonie collettive, accompagnate da canti, racconti e risate.
La notte tra il 5 e il 6 gennaio, le comunità si riunivano attorno al fantoccio, celebrandolo con filastrocche e piccoli spettacoli, fino a culminare nel rogo finale. Il fuoco, oltre a purificare, rappresentava un augurio per un futuro prospero. Le scintille che si alzavano verso il cielo erano interpretate come segni di buon auspicio.
Non mancavano momenti di grande allegria, con giochi e scherzi organizzati per coinvolgere tutti i partecipanti, dai bambini agli anziani. In alcune località si credeva che il Befano portasse fortuna a chi gli lasciava vicino piccoli doni, come cibo o monete, creando una sorta di scambio simbolico con questa figura misteriosa.
Le origini di questa tradizione sembrano affondare in riti pagani legati al ciclo della natura e alla fine dell’inverno. L’idea di bruciare il fantoccio rappresentava il desiderio di lasciare indietro le difficoltà dell’anno vecchio, preparando il terreno per una nuova stagione di abbondanza e serenità.
Questa tradizione, ormai quasi scomparsa, è ancora viva nei ricordi degli anziani e in alcuni tentativi recenti di riportarla in vita. Il Befano è un simbolo di condivisione e legame con la terra, che racconta l’identità della Valdichiana e che merita di essere riscoperto.
Foto di archivio